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Incontri a Villa Bertelli 2016
 
 I nostri incontri nel 2016 a Villa Bertelli
 
 
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VILLA BERTELLI

Lunedì 28 Novembre - ore 17,30

Soroptmist Viareggio-Versilia

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In collaborazione con l'Amministrazione Comunale di Forte dei Marmi



Incontro e presentazione

"Il Ponte dei corvi"
Diario di una deportata a Ravensbruck:
Maria Arata Massariello

Il ponte dei corvi
Partecipano all'evento:

Annalisa Gai Presidente Circolo culturale " Il Magazzino"
Michele Molino Vice Sindaco A.C. Forte dei Marmi
Giuliana Cecchi Cons. Pari Opportunità A.C.Forte dei Marmi
Coletta Parodi Presidente Soroptimist Club Viareggio-Versilia
Lucia Massariello figlia della superstite
Massimo Castoldi Direttore Fondazione Memoria della deportazione
Maria Pia Gavioli Andres Docente di Lettere, socia Soroptimist International Club Viareggio -Versilia
Anna Edy Pacini Vice Presidente Soroptimist Internazionale d'Italia



In occasione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne

Il lager delle donne «non conformi»



campo di concentramento di Ravensbrück
È stato ignorato per decenni, ma il campo di concentramento di Ravensbrück, a Nord di Berlino racconta un'altra faccia della persecuzione nazista: quella ai danni delle prigioniere «asociali» di sesso femminile. In pochi conoscono le vicende di Ravensbrück, lager dove persero la vita circa 50 mila persone. È tra i meno ricorrenti nei racconti dei sopravvissuti, come se la sua storia fosse rimasta avvolta dalle nebbie delle campagne della Germania orientale e nascosta tra i boschi a nord diBerlino, dove fu costruito a partire dal novembre 1938. Eppure ebbe una particolarità: fu l'unico grande lager in territorio tedesco destinato alla «detenzione preventiva» femminile. A 90 chilometri a nord di Berlino, capitale del Terzo Reich, si consumò la personale lotta di Hitler alle donne «non conformi». Il lager di Ravensbrück non era stato concepito per la deportazione degli ebrei, quanto per ospitare quelle che per il Führer erano i rifiuti della perfetta società nazista: tra le «asociali» a cui serviva un posto a parte c'erano prostitute, zingare, vagabonde, criminali, indigenti, disabili e, in misura minore, oppositrici politiche. Ma c'erano anche ariane accusate di aver violato le Leggi di Norimberga, colpevoli di aver avuto rapporti sessuali con gli Untermensch, i sub-umani inferiori ai tedeschi. Poche, tutto sommato, le donne deportate perché ebree, attorno al 10% del totale. In tutto, da qui passarono 130 mila donne, provenienti da oltre venti nazionidiverse, e ne morirono 50 mila. Le condizioni di vita a Ravensbrück non erano diverse rispetto a quelle degli altri lager: le deportate venivano utilizzate nei lavori pesanti e come cavie per esperimenti, vivevano in condizioni disumane, erano sottoposte a torture fisiche e psicologiche. E alla fine morivano di stenti, giustiziate o, a partire dal 1945, nelle camere a gas. A Ravensbrück le donne furono usate come manodopera nella più grande sartoria per la produzione di vestiario militare tedesco, e il lager forniva il 70% delle prostitute impiegate nei bordelli interni degli altri campi di concentramento. Erano concesse come divertimento agli ufficiali e come premio ai deportati che accettavano di collaborare coi nazisti, ma non era raro che si offrissero come volontarie pur di sfuggire alle condizioni di vita di Ravensbrück. Per le donne che furono liberate il 30 aprile 1945, il terrore non finì nemmeno con la liberazione, perché molte di loro furono violentate dalle truppe sovietiche. E così, il lager di Ravensbrück divenne qualcosa di cui non si doveva parlare. Ravensbrück fu il primo lager in cui non solo erano donne le internate, ma anche le loro guardie. Donne normali, almeno all'apparenza, giovanissime in diversi casi, ma che si resero complici di terribili atrocità. Il ruolo di aufseherin attirava soprattutto donne di estrazione sociale medio-bassa. Tra di esse Juana Bormann, guardia che amava slegare il suo feroce pastore tedesco per aizzarlo contro i prigionieri indifesi: fu condannata a morte dopo il Processo di Belsen. Stessa sorte della sadica Irma Grese, detta la «bella bestia», impiccata come criminale di guerra a 22 anni, e della collega Elisabeth Volkenrath. Una delle donne più temute di Ravensbrück fu Hermine Braunsteiner, sovrintendente delle guardie chiamata «la cavalla scalciante» perché uccideva i bambini calpestandoli, spesso sotto gli occhi delle madri. Scoperta dal cacciatore di nazisti Simon Wiesenthal, fu processata nel 1976 e condannata all'ergastolo. Come detto, nel campo di concentramento le deportate venivano usate come cavie per esperimenti: Herta Oberheuser fu l'unica donna imputata nel «processo dei dottori» di Norimberga e lavorava proprio a Ravensbrück. Abbiamo ricostruito,attraverso le sue testimonianze, il doloroso percorso di una delle donne sopravvissuta alle atrocità di questo lager.
deportate del campo di concentramento di Ravensbrück
MARIA ARATA MASSARIELLO (Massa 1912-Milano 1975) Trasferitasi a Milano con la famiglia (nel 1926 il padre, segretario generale della Provincia di Massa fu obbligato a rinunciare all'incarico perché socialista), dopo la laurea insegnò Scienze naturali al Liceo Classico "Carducci". In questo ambiente entrò a far parte di un gruppo antifascista clandestino. Il 4 luglio 1944 fu arrestata dalla GNR nella sua abitazione insieme ad alcuni studenti e rinchiusa nel carcere di S. Vittore. Deferita alle SS, fu deportata prima nel campo di concentramento di Bolzano, poi nel Lager di Ravensbruck, l'inferno delle donne, matricola n.77314 triangolo rosso. Liberata il 30 Aprile 1945 dalle truppe sovietiche, Maria Arata Massariello riuscì a sopravvivere senza aver smarrito la speranza negli uomini , la fede, l'amore per la vita e la contemplazione della natura. Nell'Agosto 1945 il rischioso ritorno in Italia e poi la ripresa di una vita normale :di nuovo l'insegnamento ,una famiglia,i figli. Trent'anni dopo il suo rientro , durante la malattia che nel 1974-1975 la condurrà alla morte , scrisse il "Ponte dei corvi- Diario di una deportata a Ravensbrück" Il diario di Maria è la testimoniana di una alta concezione della vita illuminata dal senso divino,da cui attinge forza e consolazione per accettare il dolore. Tra gli orrori descritti vibra il senso dell'umano, la convinzione che la sofferenza ha un significato anche di redenzione e che dal fondo della coscienza non vengono meno le risorse di umanità. Questa è l'eredità più alta lasciata da Maria Arata Massariello.

 
 
 
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